Anche i colori sottosmalto erano acquistati, già diluiti in solventi speciali, presso la ditta Romer di Firenze.

La pittura avveniva utilizzando pennelli molto morbidi.

Questo tipo di pittura comunque poteva essere affrontata con metodi più “riflessivi” che non quella sul biscotto, dove la rapidità e decisione nel tratto erano essenziali; inoltre, eventuali errori erano facilmente rimediabili in quanto il colore non faceva presa sulla superficie vetrificata degli oggetti e poteva essere cancellato o rettificato.

Asciugando in attesa della terza cottura, i colori seccavano lievemente e gli oggetti potevano essere maneggiati con una maggiore tranquillità di quando erano senza vernice.

 

La terza cottura

La terza cottura richiedeva una temperatura di circa 550gradi.

Si ripeteva il rito dell’incastellatura di colonnine e piastre di materiale refrattario, senza però il timore dell’incollaggio fra i pezzi in quanto la vetrina, a questa temperatura, non si trasforma ancora allo stato fondente.

Gli oggetti, una volta sfornati, venivano verificati nella loro integrità e spostati, utilizzando apposite assicelle in legno, nel magazzino spedizioni.

 

L’imballaggio e la spedizione

Quest’ultima fase, relativamente banale, consisteva nel raggruppare tutti gli oggetti ordinati da un medesimo cliente, ricoprirli uno ad uno con della carta velina che veniva particolarmente inserita intorno alle sporgenze (teste, braccia, zampe di animali ecc.) per rinforzarle contro eventuali urti, e fasciare il tutto con abbondante truciolo di legno, sino a triplicare almeno la dimensione dell’oggetto.

Queste specie di fagotti venivano posti nelle casse di legno o nelle scatole di cartone, sul fondo delle quali era stato posto ulteriore truciolo.

Questa fase aveva il suo costo per cui le casse talvolta erano usate, in quanto acquistate di seconda mano (tranne per le spedizioni oltremare dove dovevano assolutamente essere nuove e secondo standard ben definiti, altrimenti l’assicurazione non avrebbe risposto di eventuali danni).

Al termine dell’imballaggio, i colli venivano sigillati e la spedizione poteva avvenire in tutta sicurezza (o quasi, dato che talvolta il destinatario segnalava rotture avvenute durante il trasporto, nel qual caso potevano nascere discussioni con il vettore ed il destinatario per chiarire la reale responsabilità).

 

 

Considerazione finale

A parte l’incasso del credito, che poteva a sua volta rappresentare un ulteriore problema, riteniamo abbiate a questo punto ben compreso come l’attività di un artigiano ceramista fosse irto di criticità e di scogli da superare.

Non abbiamo parlato del timore di rotture che accompagnava costantemente tutto il processo produttivo, della difficoltà di reperire personale esperto [1] ad un costo ragionevole o di trovare giovani disposti a fare l’apprendista per mesi e mesi con una paga poco più che simbolica[2].

Alla fine però, l’orgoglio delle opere compiute ed i complimenti di un cliente o di un amico estimatore, ripagavano dello sforzo profuso.

Oggi la soddisfazione è data dal vedere come, sul mercato antiquario certi modelli, specie quelli prodotti negli anni ’40 – ’50, siano riconosciuti ed apprezzati da affezionati collezionisti che sanno riconoscere la qualità, quando questa c’è.



[1] Un’apprendista pittrice impiegava anni prima di potersi definire “qualificata”; nel frattempo l’artista doveva costantemente fare opera di insegnamento e di verifica del lavoro svolto.

[2] Per i primi mesi l’apprendista faceva quasi più danni che lavoro buono.


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