Questa “vetrina” veniva fornita dalla stessa ditta Cecchetto di Le Nove che forniva anche l’impasto ceramico e questo fatto garantiva la perfetta compatibilità fra i due materiali.

Prima dell’utilizzo, la vernice, che veniva fornita allo stato di “secco in polvere”, era diluita con acqua in un apposito recipiente di dimensioni idonee a ricevere per immersione oggetti anche di 120 cm. (ad esempio, le statue della Madonna di Lourdes).

In imminenza della verniciatura, il liquido veniva meccanicamente agitato al fine di sollevare dalla sedimentazione le particelle vetrose in esso contenute.

Poi, gli oggetti da verniciare venivano trasferiti, sempre su apposite assicelle, sui ripiani a fianco del recipiente contenente la vernice.

Anche questa fase della lavorazione aveva i suoi aspetti critici.

Non era infatti semplice maneggiare oggetti con colori instabili che al primo contatto delle dita potevano sbavarsi o trasferirsi dall’oggetto alle dita stesse; si provvedeva puntando sulla cima dell’oggetto una lancetta metallica in modo da poterlo piegare lievemente , poi si passava gradualmente una mano sotto la base sino a raggiungere con un dito il foro del colaggio (provvidenziale in questo caso) e, con gesto sicuro e deciso, si immergeva il tutto con un movimento a semiarco.

Si immergeva per prima la parte superiore dell’oggetto in modo che la vernice non potesse entrare dal foro posto nella base: verniciare anche la parte interna dell’oggetto sarebbe stato un inutile spreco di materiale costoso.

Il tempo di immersione era molto breve, corrispondente al tempo necessario per compiere il movimento a semiarco, quanto bastava per depositare sul manufatto uno strato sottile di vernice che ricopriva interamente i colori; un eccesso di vernice avrebbe lasciato delle colature che in fase di cottura potevano provocare difetti sulla superficie vetrificata.

All’uscita dall’immersione, veniva lasciato scolare l’eccesso di vernice ed il pezzo era posto delicatamente sulla solita assicella di legno, pronto per essere avviato alla cottura [1].

E’ curioso osservare come la vetrina, al contatto dell’aria asciugasse all’istante, assorbita dalla porosità del biscotto, e gli oggetti tornassero bianchi, in quanto uno strato secco ed assolutamente non trasparente ricopriva tutta la decorazione.

Eventuali parti carenti di vernice, riconoscibili perché lasciavano ancora intravedere la decorazione, potevano essere integrate con lievi pennellature di vernice liquida; così pure, eventuali eccessi di vernice potevano essere assottigliati delicatamente con una lancetta, facendo attenzione a non intaccare le decorazioni sottostanti.

La vernice che veniva utilizzata poteva essere lucida o “matt”; quest’ultima era lievemente opacizzata mediante l’aggiunta di appositi additivi.

Nel caso in cui, non raro nella produzione degli anni ’40, un pezzo presentasse simultaneamente parti lucide ed opache, questo effetto era ottenuto applicando a pennello, dopo l’immersione nella vernice lucida, una opportuna quantità di vernice “matt” sulla parte da opacizzare; un’altra soluzione, più onerosa, era quella di “sabbiare” con l’aerografo, dopo la seconda cottura, le parti da rendere opache, proteggendo preventivamente con un rivestimento di carta le parti che si intendeva lasciare lucide.


[1] Una volta verniciato, il pezzo poteva essere maneggiato ma sempre con molta cura in quanto lo spessore della vernice era sottilissimo e “polveroso” per cui esisteva sempre il rischio di danneggiare la decorazione sottostante.

 


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