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Questa
“vetrina” veniva fornita dalla stessa ditta Cecchetto
di Le Nove che forniva anche l’impasto ceramico e questo
fatto garantiva la perfetta compatibilità fra i due
materiali.
Prima
dell’utilizzo, la vernice, che veniva fornita allo stato
di “secco in polvere”, era diluita con acqua in un
apposito recipiente di dimensioni idonee a ricevere per
immersione oggetti anche di 120 cm. (ad esempio, le statue
della Madonna di Lourdes).
In
imminenza della verniciatura, il liquido veniva
meccanicamente agitato al fine di sollevare dalla
sedimentazione le particelle vetrose in esso contenute.
Poi,
gli oggetti da verniciare venivano trasferiti, sempre su
apposite assicelle, sui ripiani a fianco del recipiente
contenente la vernice.
Anche
questa fase della lavorazione aveva i suoi aspetti
critici.
Non era
infatti semplice maneggiare oggetti con colori instabili
che al primo contatto delle dita potevano sbavarsi o
trasferirsi dall’oggetto alle dita stesse; si provvedeva
puntando sulla cima dell’oggetto una lancetta metallica
in modo da poterlo piegare lievemente , poi si passava
gradualmente una mano sotto la base sino a raggiungere con
un dito il foro del colaggio (provvidenziale in questo
caso) e, con gesto sicuro e deciso, si immergeva il tutto
con un movimento a semiarco.
Si
immergeva per prima la parte superiore dell’oggetto in
modo che la vernice non potesse entrare dal foro posto
nella base: verniciare anche la parte interna
dell’oggetto sarebbe stato un inutile spreco di
materiale costoso.
Il
tempo di immersione era molto breve, corrispondente al
tempo necessario per compiere il movimento a semiarco,
quanto bastava per depositare sul manufatto uno strato
sottile di vernice che ricopriva interamente i colori; un
eccesso di vernice avrebbe lasciato delle colature che in
fase di cottura potevano provocare difetti sulla
superficie vetrificata.
All’uscita
dall’immersione, veniva lasciato scolare l’eccesso di
vernice ed il pezzo era posto delicatamente sulla solita
assicella di legno, pronto per essere avviato alla cottura
.
E’
curioso osservare come la vetrina, al contatto dell’aria
asciugasse all’istante, assorbita dalla porosità del
biscotto, e gli oggetti tornassero bianchi, in quanto uno
strato secco ed assolutamente non trasparente ricopriva
tutta la decorazione.
Eventuali
parti carenti di vernice, riconoscibili perché lasciavano
ancora intravedere la decorazione, potevano essere
integrate con lievi pennellature di vernice liquida; così
pure, eventuali eccessi di vernice potevano essere
assottigliati delicatamente con una lancetta, facendo
attenzione a non intaccare le decorazioni sottostanti.
La
vernice che veniva utilizzata poteva essere lucida o “matt”;
quest’ultima era lievemente opacizzata mediante
l’aggiunta di appositi additivi.
Nel
caso in cui, non raro nella produzione degli anni ’40,
un pezzo presentasse simultaneamente parti lucide ed
opache, questo effetto era ottenuto applicando a pennello,
dopo l’immersione nella vernice lucida, una opportuna
quantità di vernice “matt” sulla parte da opacizzare;
un’altra soluzione, più onerosa, era quella di
“sabbiare” con l’aerografo, dopo la seconda cottura,
le parti da rendere opache, proteggendo preventivamente
con un rivestimento di carta le parti che si intendeva
lasciare lucide.
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