Diverso era il caso di composizioni in più pezzi dove, ad esempio, una damina fosse opaca ed il sofà fosse lucido: i due pezzi venivano immersi separatamente, ciascuno nel contenitore della rispettiva vernice, e poi posti in forno insieme: ci avrebbe pensato il calore a fondere la vernice e ad incollare indissolubilmente le parti della composizione.

Per quanto riguarda l’eventuale utilizzo di smalti per ottenere particolari effetti di colore, si precisa che la produzione Ronzan non ha mai fatto ricorso a decorazioni tramite smalti colorati.

 

La seconda cottura

Una volta verniciati, gli oggetti venivano avviati alla seconda cottura, detta anche “sottosmalto”.

A differenza della cottura per l’ottenimento del “biscotto”, per questo tipo di cottura era essenziale che i manufatti non si toccassero fra di loro, pena la loro reciproca incollatura: l’infornare diventava così un’attività molto delicata e, se tutto era fatto alla perfezione, la fusione della vernice non provocava nessun danno.

Inoltre, era necessario che la base di ciascun pezzo poggiasse il minimo indispensabile sul ripiano sul quale veniva posto in forno; infatti, anche il minimo residuo di vernice che fosse rimasta sotto la base, fondendo, lo avrebbe incollato al materiale refrattario.

A questo rischio si ovviava in più modi.

Innanzitutto passando il pezzo su di un foglio di carta vetro che asportava gran parte della vernice dalla sua base. Poi, in forno, il pezzo veniva poggiato su tre puntine di ceramica allo stato di biscotto che, qualora si fossero incollate al pezzo, potevano essere rimosse con un deciso colpo di spatola all’atto della sfornatura: vi eravate mai chiesti cosa fossero quei piccoli rilievi che talvolta trovate sotto gli oggetti di ceramica?

Questa seconda cottura veniva spinta sino ai 900 gradi circa[1] e, come per la prima cottura, esistevano particolari cautele sia durante il riscaldamento sia durante il raffreddamento.

Nel riscaldamento occorreva dare il tempo ai vapori, che sgorgavano dalla vernice in corso di fusione, di essere smaltiti attraverso i bocchettoni posti nella parte superiore del forno; un’altra criticità era rappresentata dalla contrazione che la vernice subiva con il crescere del calore: se questa fosse stata troppo repentina si sarebbero creati i ben noti cavilli ed il craquelè.

Anche nella fase di raffreddamento, giunti a circa 750 gradi, era necessario rallentare il processo in quanto, rapidi sbalzi di temperatura fra la superficie esterna dei pezzi e le loro parti interne poteva creare ulteriori danni.

I forni dovevano quindi essere periodicamente controllati e si dovevano effettuare tempestivamente le opportune manovre, anche se queste coincidevano spesso con le ore notturne: anche questo era parte dei sacrifici del ceramista!



[1] Anche per la seconda cottura i coni Seger svolgevano la loro funzione di conferma delle temperature effettivamente raggiunte

 


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