La rifinitura

Dopo alcuni giorni, il pezzo era da un lato sufficientemente asciutto e consistente da poter essere maneggiato e dall’altro lato era ancora abbastanza umido e tenero da poter essere facilmente lavorato.

Si provvedeva quindi alla sua rifinitura che consisteva nel ritocco e, se necessario, nella guarnizione.

Il ritocco consisteva nell’eliminare, con apposite lancette d’acciaio, le sbavature createsi in corrispondenza delle giunzioni fra i diversi tasselli in cui era strutturata la forma; questi interventi erano poi rifiniti lisciando il tutto con spugne e con pennelli morbidissimi, inumiditi in acqua [1].

Inoltre era opportuno riprendere con la lancetta d’acciaio alcuni particolari dei visi, delle mani ecc. che inevitabilmente tendevano, con l’usura della forma e con la lisciatura della spugna e del pennello, ad appiattirsi.

La guarnizione invece consisteva nel realizzare, sul momento a mano, ed incollare al soggetto quei piccoli particolari che il modello poteva richiedere come, ad esempio, un fiorellino in mano ad un bimbo, un piccolo manico ad un cestello ecc.

I pezzi così rifiniti venivano delicatamente posti su assicelle di legno ed avviati agli scaffali posti accanto ai forni, per la successiva fase di lavorazione, ovvero la prima cottura.

 

La prima cottura

Tutti i forni erano elettrici, del tipo trifase, prodotti dalla SCEI di Novara, di dimensioni medie, inferiori al metro cubo.

 

L’infornatura

Essendo i forni del tipo a “muffola” [2], questi dovevano essere caricati ponendo gli oggetti con molta cura al fine di risparmiare spazio e quindi energia elettrica. Allo scopo venivano predisposte delle strutture estemporanee, utilizzando colonnine e ripiani in materiale refrattario e ottenendo così delle specie di scaffali all’interno del forno.

Lo sfruttamento dello spazio era spinto al massimo, onde risparmiare energia elettrica, fattore che incideva sensibilmente sui costi di produzione.

 

La cottura

Come già detto, questa prima cottura avveniva a 1100 gradi circa ma la progressione della temperatura doveva essere controllata, al fine di permettere una graduale eliminazione dell’umidità ancora contenuta nei pezzi infornati.

Si aveva quindi una prima fase, durante la quale il riscaldamento procedeva lentissimamente, con la porta del forno socchiusa, sino alla temperatura di circa 200 gradi: in questa fase si eliminava parte dell’umidità e si scongiurava il rischio di rotture per eccesso di vapore acqueo.



[1] Normalmente le spugne erano rigorosamente naturali ed i pennelli di pelo di martora

[2] Ad essere precisi questa denominazione sarebbe da riservare ai forni a combustione a fiamma ma qui sta ad indicare i forni elettrici ad infornata singola (in contrapposizione a quelli continui dove invece gli oggetti in cottura scorrono su nastri a rullo che vengono “continuamente” alimentati); questi forni elettrici erano rivestiti all’interno da materiale refrattario entro il quale erano annegate le resistenze incandescenti come, appunto, avviene per i forni a muffola.

 


                                <<back                                                                      segue pag.9


| biografia | i periodi storici | la tecnica | la collezione | i marchi |
| bibliografia | e-mail | home | ottoweb srl |